martedì 15 aprile 2008

Le strategie di caccia e di pesca usate dagli antichi Romani documentati dai pavimenti a mosaico della Villa Romana del Casale a Piazza Armerina.

I Romani amavano la caccia a cui si
dedicavano con entusiasmo e competenza. A partire dal II secolo d.C., la caccia verrà sempre più praticata dall’aristocrazia romana.
Si distinguevano la caccia agli animali a quattro zampe (venatio) e la caccia fatta agli uccelli (aucupium).
La caccia cominciava sempre con il sacrificio alla dea Diana a cui si prometteva solennemente parte della preda in cambio della sua assistenza.
Uomini a cavallo inseguivano l’animale che stremato veniva colpito con una mazza ma c’era pure una venatio in grande stile, una vera e propria battuta di caccia in cui la fiera, scovata e inseguita dai cani, il cui allevamento e istinto venatorio erano curati con attenzione da un apposito schiavo (magister canum ), veniva spinta verso le reti e poi uccisa col venabulum, arma dal lungo manico di legno con all’estremità un ferro largo e affilato con due punte alla base.
Gli schiavi portavano le varie armi indispensabili per una buona caccia: il coltellaccio (culter venatorius), la fionda (funda), i giavellotti (iacula, lancae) per colpire a distanza e il venabulum appunto che serviva ad affrontare l’animale inferocito e a finirlo ma tenendolo a debita distanza dal cacciatore.

La caccia al cinghiale ad esempio, poiché l’animale era considerato feroce e la sua cattura molto pericolosa sia per i cacciatori sia per i cani, andava condotta sempre in gruppo.

La caccia rientrava pure nell’ambito dei Giochi come i Floralia dove si cacciavano lepri, caprioli e comunque animali di pianura; e per i giochi nell’arena, i ludi gladiatorii che prevedevano una venatio nella prima parte della giornata.
Così nelle diversissime province dell’Impero si catturavano coccodrilli, pavoni, giraffe, ippopotami, rinoceronti, leoni, tigri, struzzi,ecc. per mandarli vivi a Roma o nelle province dove li aspettava poi una fine orribile nei circhi e negli anfiteatri. Le venationes che furono uno spettacolo molto crudele ma tanto gradito ai romani si arricchirà di ogni tipo di fauna presente nelle più sperdute zone del grande Impero.
Il Corridoio della grande caccia della Villa Romana del Casale con i suoi oltre sessanta metri di figurazioni, tra le più strabilianti a detta degli studiosi, ci racconta nei minimi dettagli sulla cattura delle belve per le venationes (sembra esservi nella Villa una studiata censura sui ludi in arena. Costantino abolirà i giochi gladiatori nel 325 d.C.
Tuttavia, essi non si estinsero completamente e in alcune occasioni continuarono ad essere praticati fino al V secolo. I combattimenti furono definitivamente aboliti sotto Onorio (395-423 d.C.), ma continuarono le venationes, che cessarono di essere praticate solo nel 523 d.C.).

Pure una certa abilità richiedeva l’ aucupium o caccia agli uccelli.
Il cacciatore piuttosto che colpirli con la fionda metteva opportuni laccioli e reti tra i cespugli o spalmava di pania (ottenuta dalle bacche del vischio) alcune canne o legava un uccello cieco nel luogo opportuno per fare da richiamo e aspettava che gli uccelli si facessero catturare.
Molti si dedicavano anche alla pesca usando amo e lenza e una piccola rete (iaculum) con una cordicella che ne stringeva i bordi; si usavano pure dei panierini di vimini dalla bocca stretta (nassae)che diventavano vere e proprie trappole per i pesci piccoli mentre per i più grandi necessitava il tridente.
Ancora oggi nel nostro territorio tanti appassionati di pesca si dilettano a pescare negli invasi naturali (ad es. in quello nei pressi della diga sul ponte Olivo) con soddisfacenti risultati: sono stati persino pescati lucci del peso di 7-8 kili, nonchè altri pesci di acqua dolce. Questo dimostra che a partire dal tempo in cui gli antichi romani pescavano sul Fiume Gela, vicino alla Villa, a tutt'oggi, l'attività di pesca non è mai cessata. Del resto anche l'attività di caccia è molto praticata nel nostro territorio che vede riserve rinomate in tutta la Sicilia.


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martedì 8 aprile 2008

Strane differenziazioni a Piazza Armerina.

A fare in casa la raccolta differenziata ci si accorge che i rifiuti “umidi” sono, all’incirca, un quarto di tutti gli altri. La maggior parte dei rifiuti che si accumulano in casa sono gli imballaggi e le confezioni: plastica, vetro, metallo, carta.

Ma perché i cassonetti che si vedono per strada sono in stragrande maggioranza “normali” e pochissimi per la differenziata? Se i numeri servono a qualcosa di questi tempi, si dovrebbero notare per strada per ogni gruppo di 4 cassonetti: 3 (per plastica, vetro, metallo, carta) + 1 (per l’umido). Qualcuno imbroglia, o in casa mia siamo pazzi.

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Dipendenza energetica, debito pubblico, produttività: l’economica politica italiana

Sulla riduzione del debito pubblico meglio non farsi illusioni: quando il debito dei governi è così grosso, lo pagano sempre le nazioni, cioè le famiglie.

Per questo debito pubblico italiano vengono sborsati per interessi circa 70 miliardi di Euro ogni anno, dalle casse dello Stato, che a sua volta svuota le casse e cassette dei cittadini.
Con la metà di quegli interessi non ci sarebbe bisogno delle manovre finanziarie che puntualmente ogni anno, da tempo immemorabile, i governi italiani sono costretti a fare.
Con 35 miliardi di Euro l’anno si possono pagare in 10 anni (350 miliardi di Euro): il rifacimento nuovo di zecca e completo di tutta la rete stradale e ferroviaria d’Italia, rifare nuovi di zecca porti e aeroporti, linee telefoniche e reti satellitari per telecomunicazioni. Dare lavoro e ricchezza a milioni di italiani.
Ma qui in Italia non c’è bisogno di rifare tutto daccapo: basta riparare quello che già esiste, completare quello che si è progettato e progettare per ammodernare quello che c’è. Quindi rimarrebbe tanto altro da spendere e con quel resto fare, rifare, riparare, attrezzare, le scuole e le università, gli ospedali, le case popolari, gli istituti di ricerca, gli asili, le strutture per anziani… e tanto altro ancora, senza tagliare le spese necessarie, senza aumentare tasse inutili, senza ingrassare per 35 miliardi, le banche straniere, e per 17,5 miliardi le banche italiane e i fondi di investimento controllati dalle banche italiane. Infatti, beneficiarie degli interessi del debito pubblico italiano sono le banche straniere per il 50% e le banche italiane, direttamente e indirettamente, per il 25%. Con inevitabili conseguenze anche sul piano del controllo politico dello Stato Italiano.

Compriamo oltre l’80% del gas, e del petrolio dall’estero. Senza questo la nazione si fermerebbe, resterebbe al buio, al freddo d’inverno e a bollire d’estate, e gli uffici, i laboratori, le officine, gli studi professionali, le fabbriche, non potrebbero lavorare. Siamo tra le nazioni del mondo che più dipendono dall’estero per l’energia. Esattamente come 38 anni fa.
Molti in Italia non erano ancora nati e non ricordano quelle domeniche nelle quali, per risparmiare carburante, le auto dovevano circolare a targhe alterne: una domenica quelle con targa pari, l’altra quelle con targa dispari. Accadeva perché i Paesi Arabi produttori dell’oro nero avevano deciso di ridurre l’estrazione di petrolio dai loro pozzi. Da allora non è cambiato nulla: continuiamo a dipendere interamente dall’estero. E invece all’estero cacciamo via i migliori nostri ricercatori, persino quelli che ottengono il premio Nobel. Un esempio? Il prof. Carlo Rubbia. Uno che ha brevettato centrali elettriche che sfruttano l’energia solare senza bisogno di pannelli fotovoltaici al silicio. Rimasto disoccupato in Italia, sta costruendo in Spagna, 20 centrali elettro-solari, da 25 megawatt ciascuna, integrate con la rete di distribuzione, ognuna delle quali capace di dare energia elettrica, sufficiente, a una città di 30.000 abitanti. Scusate se è poco. Già dal momento in cui le centrali cominceranno a funzionare, gli Spagnoli non spenderanno un solo centesimo per petrolio, carbone o gas per mandarle avanti. Evitando, scusate se è poco, di mandare in atmosfera tonnellate su tonnellate di gas nocivo.

In Germania, Svezia, Stati Uniti e in molti altri posti sperimentano da decenni forme ibride di produzione di energia e di risparmio energetico, brevettano e costruiscono motori a celle di combustibile, pale e ruttori per l’energia eolica, pannelli fotovoltaici. Noi siamo bravissimi a comprare da loro i pannelli, gli accumulatori, i convertitori, e tutto l’armamentario occorrente. Importiamo oltre all’energia anche i congegni per risparmiare energia.
Non c’è che dire.
Noi che abbiamo il maggior bisogno di ridurre la dipendenza dall’estero, investiamo in rigassificatori, per potere consumare più gas dall’estero. Naturalmente, lo facciamo perché abbiamo l’acqua alla gola, e abbiamo l’acqua alla gola perché da 40 anni abbiamo lasciato fare all’ENI, all’ENEL, senza che nessuna Politica, con la p maiuscola, sia mai stata lontanamente praticata dai nostri. Ora se uno ci riflette un po’ dice: noi non siamo produttori di gas e petrolio, ne abbiamo pochino, quindi ENEL ed ENI il petrolio e il gas non lo producono, lo comprano all’estero e lo vendono agli italiani. E allora, che interesse hanno a venderne di meno? Saranno mica scemi? Ma voi lo conoscete un commerciante che decide di vendere meno merce e di guadagnare di meno?

Le nostre fabbriche, i nostri studi professionali, le nostre officine, i nostri laboratori, i nostri uffici pubblici e privati, i nostri campi, sono poco produttivi. Cioè per fare le stesse cose che altri fanno nel resto del mondo, impiegano più tempo, e fatalmente, spendendo di più. In Italia ci vogliono più ore di lavoro per fare un’automobile, una lavatrice, un telefonino, allacciare un telefono o un impianto gas, alla rete, portare merci dai luoghi di produzione ai mercati, per ottenere un prestito da una banca, per avere un’autorizzazione amministrativa, per ottenere una sentenza. Tutto questo rende i prodotti italiani più cari, sia per gli italiani stessi, sia per il resto del mondo.

Però, in Italia i ragionamenti che prevalentemente si fanno riguardano il costo del lavoro. Cioè si dice: ma qui un’ora di lavoro a un imprenditore costa 22,5 Euro e in Asia costa 1 Euro. Qui- dicono gli imprenditori- ci dovete ridurre il costo del lavoro, diminuendo le tasse, altrimenti non saremo competitivi. E dall’altra parte si contesta: guardate che gli stipendi, pensioni e salari italiani sono i più bassi d’Europa, dovete detassarli o la gente non ce la fa più. Una linea intermedia (furbissima) tra le due posizioni dice: bisogna diminuire le tasse che gravano su imprese e lavoro, così il costo del lavoro sarà più basso e profitto di imprenditori e reddito dei lavoratori sarà più alto.

Ciò detto, detassare stipendi, salari e pensioni, in che modo riduce l’indebitamento pubblico dell’Italia? E in che modo la sua dipendenza totale dall’estero per l’energia? E infine, in che modo riduce la quantità di ore di lavoro necessaria per produrre e distribuire beni, servizi e capitali?
Dirigenti politici, industriali e sindacali pensano che aumentando in qualche modo stipendi, salari e pensioni, e mettendo questi aumenti a carico dello Stato, si risolvano i problemi. Ma ora facciamo conto che per davvero ci riescano e nel 2009 tutti abbiano un centinaio di Euro in più da spendere, esageriamo: mille Euro in più l’anno.
Qualcuno pensa che così i problemi si saranno risolti?
E se il prossimo anno le cose andassero peggio perché il prezzo del petrolio mettiamo aumenta ancora, o le merci straniere vendute in Italia siano ancora a più buon mercato? Che cosa si dovrà mettere ancora a carico dello Stato, cioè a carico di tutti?
Che razza di politica è?
Non è la stessa cosa ridurre il costo del lavoro o aumentarne la produttività. Riducendo il costo del lavoro si aumenta la redditività dell’impresa, cioè quel che l’impresa guadagna, e non diminuisce il numero di ore di lavoro necessarie per investimenti, produzione, distribuzione, controllo, tutela.
E poi, qualcuno pensa davvero di portare il costo del lavoro ai livelli dell’Asia?

Spiegano da secoli inascoltati economisti, che maggiore è il valore aggiunto ai prodotti e al loro scambio dagli investimenti (macchinari, impianti, tecnologie, nuovi materiali, infrastrutture) minore sarà l’incidenza del costo del lavoro sul costo del prodotto o della sua distribuzione. Un ettaro di terreno coltivato con la zappa non ha niente a che vedere con lo stesso ettaro coltivato con un trattore. In 4 ore un lavoratore che conduce un trattore fa lo stesso lavoro che 10-20 contadini fanno in otto ore. Anche se si dovesse pagare per ogni ora di lavoro di questo lavoratore 4 volte, 5 volte, 6 volte di più dell’ora di lavoro di quello che usa la zappa, ci sarebbe sempre un margine di profitto maggiore per l’imprenditore e la possibilità di coltivare superfici più estese.
La differenza di risultato utile, sia per il lavoratore sia per l’imprenditore, sta proprio nell’investimento. Non ha nessun senso ragionare sul costo orario del lavoro quando la produttività è enormemente diversa tra soggetti che competono.
Ora, per un Paese come il nostro, la sfida è proprio questa: aumentare gli investimenti pubblici e privati per aumentare la produttività, puntare su investimenti che qualitativamente o quantitativamente non siano emulabili da parte delle imprese straniere concorrenti. Per fare investimenti però occorrono tanti ma tanti soldi. Nessuno dice come trovarli.
Altro che costo del lavoro!

La stragrande maggioranza dei dirigenti, sindacali, finanziari e imprenditoriali del Bel Paese non pretende però dalla classe dirigente politica un impegno del tipo precedentemente delineato. Non gliene frega niente. Fintanto che qualcuno garantisce la detassazione, va tutto bene, gli utili aumentano, salari e pensioni aumentano. Tutto bene.
Tutto per bene.
E la classe dirigente politica, più preoccupata del marketing elettorale, offre ad ogni tipologia di elettore quel che quella tipologia domanda. Non si occupa nel suo parlare delle necessità della nazione. Infatti non si interroga sul come aumentare la produttività e preferisce strizzare l’occhio alla redditività (cioè a quanto di più si può guadagnare subito) per lavoro e capitale. Qualcuno riesuma dalla tomba la vecchia formula del più consumi, più produzione; più produzione, più occupazione. Proviamo ad applicarla concretamente: facciamo più consumi di telefonini? Qualcuno conosce una impresa italiana che fabbrica telefonini? Proviamo coi televisori: qualche grossa ditta italiana che li fabbrica? Ci sono pur sempre le automobili, però. Si, ogni 10 automobili vendute 6 sono straniere. Si potrebbe continuare parlando di grano e derivati, latte e derivati, plastica e derivati, acciaio, ecc. L’incremento dei consumi, cioè il fatto che più persone comprano qualcosa in più, finisce sicuramente con l’aumentare il numero delle persone che partecipa al processo di fabbricazione e distribuzione di quelle stesse cose, ma non necessariamente l’aumento di occupazione ricade sullo stesso territorio. E all’opposto l’aumento di produzione di scarpe ed occhiali coperti da brevetto (Geox, Luxottica) fatto da imprese italiane si è tradotto in un enorme aumento di profitto per quelle imprese e di entrate tributarie per lo Stato Italiano, ma senza alcun aumento dell’occupazione in Italia. La chiamano globalizzazione questa serie di effetti che ha sepolto la correlazione tra domanda e occupazione. Nel mondo c’è chi fabbrica prodotti che non consuma e chi consuma prodotti che non fabbrica, cosa che prima accadeva spesso per le classi sociali dello stessa nazione e oggi accade oltre che tra le classi sociali anche tra nazioni diverse. E c’è chi investe capitali e ne trae profitto su produzioni o distribuzioni di beni non correlate col territorio.
E allo stesso tempo questa classe dirigente politica guarda alla dipendenza energetica dall’estero, strizzando l’occhio all’energia nucleare, sapendo che ci vorranno 10 o 15 anni per costruire la prima centrale nucleare e che quando tutte le centrali nucleari saranno costruite, il nostro fabbisogno di energia dall’estero resterà immutato: purtroppo, come il petrolio, l’uranio in Italia non c’è, bisogna comprarlo dall’estero, e per quante centrali si possano costruire queste coprirebbero solo il 20-30% del fabbisogno interno di energia, fra circa trent’anni. E fra trent’anni nessuno sa quale sarà il prezzo dell’uranio, né chi lo controllerà.
Parola di Rubbia, premio Nobel per la fisica.
Su come ridurre poi il debito pubblico, la classe dirigente politica non dice una sola parola realistica. Infatti tace o farnetica: recuperando l’evasione fiscale si potrà aggiustare la contabilità pubblica.
Milleseicento miliardi di Euro di debito e cento miliardi di evasione, ad essere generosamente realistici.
Anche ammesso che la si recuperi tutta e progressivamente, gli altri millecinquecento miliardi? Vabbè, non serve recuperarli tutti, facciamo ottocento, e allora: gli altri settecento miliardi?

Chi rappresenta la classe politica?
Di quali bisogni si occupa?
Quali vantaggi la Nazione riceve?
Chi è realmente antipolitico?